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Il 'topo scannato'. Italiano e terminologia informatica

 

Il testo che segue costituisce la versione rivista per la pubblicazione del mio intervento al convegno Lingua italiana e scienze, organizzato dall'Accademia della Crusca e svoltosi a Firenze dal 6 all'8 febbraio 2003. Gli atti del convegno sono in via di pubblicazione a cura dell'Accademia della Crusca.


L’idea che il settore dell’informatica e – più in generale – delle nuove tecnologie digitali abbia rappresentato negli ultimi anni un facile terreno di colonizzazione e contaminazione linguistica, ed anzi un avamposto per la diffusione anche nel linguaggio quotidiano di anglismi di ogni genere, è molto diffusa ed ha indubbiamente un fondamento di verità.

Tuttavia, in questo come in molti altri casi, le generalizzazioni sono estremamente rischiose. Cosa differenzia, rispetto alla diffusione di terminologia specialistica di origine anglosassone, il linguaggio dell’informatica da tanti altri linguaggi settoriali – pensiamo ad esempio a discipline come la fisica o l’economia, ma anche e forse ancor più a settori quali la gestione d’impresa o l’analisi finanziaria, nei quali gli anglismi certamente non mancano? Perché proprio il linguaggio informatico è percepito come particolarmente pericoloso, e particolarmente corrotto?

Per rispondere a questa domanda, è opportuno a mio avviso partire da alcune distinzioni. E osservare in primo luogo che quando si parla genericamente di linguaggio o di terminologia informatica, e ancor più quando si parla genericamente del ‘linguaggio dei nuovi media’, ci si riferisce in realtà a una pluralità di contesti d’uso fra loro assai diversi, ciascuno dei quali ha le proprie caratteristiche specifiche, e pone problemi diversi.

Per i nostri scopi, mi sembra utile distinguere in questa vasta nebulosa di contesti d’uso almeno tre nuclei diversi:

  • la terminologia ‘tecnico-scientifica’ dell’informatica e delle scienze dell’informazione, intese come discipline specifiche dotate di riconoscimento accademico e di un proprio ‘canone’ linguistico e terminologico;

  • la terminologia legata al mercato delle nuove tecnologie, ai suoi prodotti (hardware, software, servizi), ai suoi canali di distribuzione e di vendita;

  • la terminologia legata all’uso di Internet e – in parte – la terminologia nata su Internet.

Per quello che riguarda il primo di questi tre settori, non credo francamente che la situazione sia troppo diversa da quella di tanti altri settori di ricerca scientifica avanzata. Indubbiamente, il peso specifico dell’inglese è altissimo, non tanto e non soltanto per la posizione d’avanguardia che caratterizza la ricerca portata avanti nei paesi anglosassoni, quanto perché – in questo come in tanti altri settori – l’inglese è ormai la lingua d’elezione per lo scambio di informazioni all’interno della comunità internazionale dei ricercatori. Si tratta di un fenomeno ormai ampiamente studiato e riconosciuto, comune del resto – pur se con diverse accentuazioni nazionali – a tutto il mondo industrializzato, e non mi sembra porre alcun problema drammatico dal punto di vista della salvaguardia della ricchezza e della specificità della lingua italiana. Personalmente, non accentuerei nemmeno troppo la differenza che indubbiamente esiste in questo campo fra lingue che tendono a ‘tradurre’ di più la terminologia anglosassone, come il francese e in parte lo spagnolo, e lingue che tendono invece ad assorbirla, come l’italiano o il tedesco; anche questa differenza, infatti, è tutt’altro che peculiare alla terminologia informatica. D’altro canto, non credo che la traduzione spesso forzata di singoli termini costituisca di per sé indizio della vitalità di una lingua. Non è un caso, credo, che la comunità informatica ami scherzare sulle traduzioni ‘troppo letterali’ che – fino a qualche anno fa, ma in parte ancor oggi – erano prerogativa di molti manuali tecnici: sugli effetti comici della traduzione di ‘mouse’ (nel senso ovviamente del mouse del computer) con ‘topo’, o di quella del verbo ‘to scan’ con ‘scannare’ (al posto dei meno traumatici e più diffusi ‘scandire’ o ‘scannerizzare’) – richiamate nel titolo del mio intervento - sono diffusi innumerevoli aneddoti. E la presenza stessa di questi aneddoti testimonia con chiarezza due cose: da un lato, che per il parlante italiano l’uso ad esempio del termine ‘mouse’, utilizzato per designare la periferica di input che tutti conosciamo, è ormai assolutamente familiare, e che dunque tale termine – pur restando ovviamente un vocabolo di origine anglosassone – è ormai entrato a tutti gli effetti nella lingua italiana; dall’altro, che l’assorbimento di questi termini avviene in un contesto di piena consapevolezza linguistica, giacché proprio tale consapevolezza è testimoniata dalla capacità di ‘giocare’ – in italiano! – con le proprie scelte terminologiche, divertendosi ad esempio sui manuali mal tradotti (giacché di manuali mal tradotti – e non già di testi ‘lessicalmente puri’ – si tratta) che spiegano come per ottenere una certa operazione al computer sia necessario ‘schiacciare il topo’ anziché fare click col mouse.

Questo naturalmente non impedisce che davanti a situazioni in cui sono entrati nell’uso quotidiano accettato sia termini di origine anglosassone sia termini italiani (un esempio è rappresentato dalla coppia terminologica hard disk/disco rigido, da quella data base/base di dati, o da quella – più recente – e-book/libro elettronico) si possa legittimamente suggerire e preferire l’uso del termine italiano; dobbiamo tuttavia avere consapevolezza che l’intervento è in questo caso più un recepimento di un uso linguistico che si è sviluppato in maniera autonoma e spesso casuale (non vi è credo alcun particolare motivo logico per il quale in italiano possiamo parlare sia di disco rigido sia di hard disk, ma non riconosciamo come uso linguistico corretto il ricorso al termine ‘disco flessibile’ per ‘floppy disk’) che un intervento di tipo normativo.

Se nel caso del linguaggio tecnico-scientifico dell’informatica la forza che spinge alla standardizzazione terminologica (e dunque alla diffusione di termini anglosassoni) è rappresentata in primo luogo da una comunità internazionale di tecnici e ricercatori che ha nel proprio patrimonio genetico la preferenza per un linguaggio il più possibile comune, uniforme e privo di ambiguità, e trova nell’inglese la lingua franca dalla quale in primo luogo attingere nella costruzione di questo linguaggio, nel secondo dei settori che abbiamo ricordato – quello rappresentato dal mercato delle nuove tecnologie, dei suoi prodotti, dei servizi ad esso collegati – la forza che spinge verso soluzioni terminologiche uniformi e di conseguenza verso l’uso preferenziale di termini inglesi è in primo luogo la semplice convenienza di mercato. All’interno di un mercato globale, è conveniente per un’azienda poter presentare i propri prodotti in maniera anch’essa ‘globale’, parlare di Corn Flakes anziché di fiocchi d’avena, di Cheesburger anziché di panino al formaggio, e dunque – come stupirsene? - di smart card anziché di carta elettronica, di service provider anziché di fornitore di servizi, e così via. Anche qui, più che di un’abberrazione specifica del settore informatico si deve parlare di un fenomeno più ampio. In questo caso, tuttavia, la molla è assai meno nobile, e i risultati sono talvolta preoccupanti, anche perché sono spesso il risultato di vere e proprie campagne mediatiche e pubblicitarie. E tuttavia, nuovamente, un intervento normativo sembra assai difficile .

C’è tuttavia un settore specifico nel quale l’intervento, non normativo ma sotto forma di indirizzo e raccomandazione, è possibile e direi anche auspicabile: quello delle interfacce software.

Per interfaccia software si intende tutto l’insieme di strumenti ‘logici’ che consentono all’utente di interagire con un programma: l’organizzazione grafica di finestre, pulsanti e menu, dunque, ma anche le informazioni offerte all’utente in forma linguistica: i nomi assegnati ai comandi, ai pulsanti e alle voci di menu, il contenuto testuale di eventuali messaggi (messaggi di aiuto, di errore, di informazione sui processi in corso...), e così via. Per fortuna, l’epoca in cui queste componenti ‘linguistiche’ di un programma erano inestricabilmente intrecciate, nel codice del programma stesso, alle sue altre componenti logiche e funzionali, rendendo assai difficili traduzioni e modifiche, è ormai finita da un pezzo. La maggior parte dei programmi ha una struttura modulare, e il modulo costituito dalle componenti linguistiche dell’interfaccia è di norma separato, in modo da semplificare il lavoro di ‘localizzazione’ del programma per i vari mercati nazionali. Questo lavoro di localizzazione, spesso opera di persone prive di formazione specifica in campo linguistico (e talvolta anche in campo informatico...), meriterebbe una maggior attenzione, anche da parte delle istituzioni predisposte alla formazione e all’aggiornamento professionale dei traduttori. Infatti, inevitabilmente, le scelte fatte al riguardo dalle case produttrici hanno un’enorme influenza sugli usi linguistici specifici della comunità di utenti del programma, e se consideriamo che il problema riguarda anche programmi assai diffusi (sistemi operativi – a cominciare da Windows –, programmi per la navigazione in rete, programmi di videoscrittura...), ci rendiamo facilmente conto di come le scelte lessicali effettuate al momento della localizzazione di programmi di questo tipo possano risultare determinanti nella costituzione dei linguaggi settoriali in ambito informatico. Per fare solo un esempio, il termine ‘bookmark’ – riferito all’indirizzo di una pagina Web di frequente consultazione, che l’utente può conservare per comodità in un apposito menu del programma di navigazione – si è ampiamente diffuso anche nel nostro paese fra il 1996 e il 2000, quando tale termine era lasciato non tradotto nell’interfaccia dei principali programmi di navigazione, mentre risulta assai meno presente negli ultimi anni, dopo la decisione della Microsoft di utilizzare al suo posto nelle interfacce della versione italiana di Internet Explorer il termine (peraltro non felicissimo) ‘preferiti’.

L’esempio appena considerato ci avvicina anche al terzo dei settori che ho ricordato in apertura, quello per molti versi più interessante. Anche perché non è affatto scontato che vocaboli, espressioni, neologismi nati su Internet, sfruttando le peculiari caratteristiche dei canali di comunicazione di rete, debbano necessariamente riguardare solo la rete e le sue tecnologie: Internet è ormai – soprattutto per le nuove generazioni – un luogo di incontro e socializzazione capace di stimolare la produzione linguistica anche (e forse in primo luogo) al di fuori del settore strettamente informatico. I tradizionali meccanismi di diffusione ‘su territorio’ delle innovazioni linguistiche ne risultano fortemente alterati, se non totalmente sovvertiti: a prevalere sono le interazioni fra comunità virtuali, la capacità che tali comunità hanno di costruire e diffondere modelli di comportamento linguistico, la velocità e l’efficienza dei canali di trasmissione di tali modelli.

Per rendersene conto, basta considerare alcune caratteristiche – peraltro già ampiamente documentate – che sembrano riguardare, pur se in misura diversa, l’insieme degli strumenti di interazione interpersonale via rete: non solo quelli sincroni come i sistemi di chat o di instant messaging, ma anche quelli asincroni come la posta elettronica o i forum. Mi riferisco in particolare alla vicinanza ai registri propri del linguaggio parlato, all’ampio uso di sigle e abbreviazioni, e alla frequenza di prestiti linguistici: caratteristiche che si combinano spesso con espressioni e stilemi propri della comunicazione giovanile anche fuori dalla rete.

Per rendersi meglio conto di alcune caratteristiche specifiche di questi fenomeni, può essere utile esaminare qualche esempio. Cominciamo da un passo di un messaggio di posta elettronica scritto da una adolescente a un amico (il testo è citato nel sito dell’associazione culturale ClubDébris)[1]:

sai ke sabato..mattina,,+ o - finivano tutte le scuole..e...ti avevo detto del tipo della mia scuola ke aveva la maglia FBI full bastard inside... L'HO KONOSCIUTO...cioè.,..ci siamo lavati a vicenda...kazzo ma è tr figo..sl ke nn so se è in 4^ o 5^ xkè io lo vorrei rivedere..kazzo! nn so neanke km si kiama.. uffy :-( ti prego dammi una mano...ti prego kazzo! se vuoi..ti do qlk in kambio...xò...HELP ME PLEASE! giuro ke vado a prendermi il libro...giuro giuro giuro... xò tu mi dovresti aiutare...a sapere il nome,.,.e se è in 4^ o 5^ ti prego! ciao bj la magika TaTiNa kiss kiss.

In un testo di questo genere, espressioni ed abbreviazioni nate in rete o comunque legate alla scrittura ‘veloce’ in ambiente digitale, come l’uso di emoticons (la ‘faccina’ :-( , che esprime tristezza o disappunto) o di contrazioni particolarmente ‘strette’ (‘tr’ per ‘troppo’, ‘sl’ per ‘solo’, ‘qlk’ per ‘qualcosa’...) si uniscono a caratteristiche (uso di ‘k’ al posto della ‘c’ dura, termini come ‘uffy’ o espressioni proprie del linguaggio giovanile come 'ci siamo lavati a vicenda') nate al di fuori dall’ambiente digitale.

Un altro esempio che merita un breve esame è tratto da un forum dedicato a un sistema di chat via rete:

Ciao a tutti, ho un eggdrop e sono il suo owner. Ho addato alcuni utenti in modo che possano entrare in partyline... volevo sapere come potevo killarli. Inoltre il pl kill può essere fatto anche da altri tipi di utenti inferiori all'owner? grazie a ki mi risponde![2]

Un testo di questo genere mostra quanto radicale possa essere l’influsso delle interfacce nel determinare prestiti e contaminazioni linguistiche. Per comprendere il brano occorre sapere che un ‘eggdrop’ è un programma capace di aprire e gestire in maniera automatica un canale chat[3]. Ora, i comandi legati all’uso di eggdrop e in generale al chat via IRC (il protocollo chat più usato in rete) sono in inglese, e l’abitudine ad assorbirli nel linguaggio di chat è assai diffusa fra gli utenti.

Una situazione analoga si riscontra nel caso di molti giochi via rete, e la comunità dei ‘gamers’ ha sviluppato abitudini linguistiche che suonano decisamente barbare (e spesso incomprensibili) ai neofiti:

era troppo facile killare te, eri newbbo [da ‘newbies’: termine usato in rete per indicare i pivelli, novellini][4].

(…) allora anch'io chiedo l'intervento di un Master sulla questione dei loot e solo  tra PG Underdark e superficie...tra PG della stessa "specie" e' giusto che in beta non si lotti.....io ho incontrato 3 volte PG della superficie......in due casi sono morto ucciso dagli invasori ed in due casi mi hanno loottato tutto quindi non dite che voi della superficie non lotta perché non e' vero......il secondo Drow che era con me era uno "nuovo" di cui non ricordo il nome[5].

In questi e in molti altri esempi che si potrebbero fare, l’uso di un linguaggio ‘specialistico’ relativo a un particolare strumento di rete o una particolare tipologia di gioco si accompagna a contaminazioni linguistiche legate ai comandi o all’interfaccia utilizzata. Una tendenza del resto che non è necessariamente legata alla rete: basti l’esempio di questo passo tratto dalla ‘cronaca’ di una partita in un gioco di carte (‘The Abyss’) derivato da un gioco di ruolo :

Al 3° turno faccio un ancestral, lui nn countera.. ma in risp fa illuminato per loto. Io in risp. faccio vampirico per loto, intenzionato a gocar bargain dato che nn mi aveva counterato[6].

Troviamo anche qui le usuali abbreviazioni (‘nn’ per ‘non’, ‘risp’ per ‘risposta’), e un curioso miscuglio di comandi e incantesimi in inglese e in italiano. Passi di questo genere possono far facilmente inorridire non solo i puristi. Eppure, almeno in determinati contesti, molti adolescenti utilizzano effettivamente gerghi di questo tipo: risultato dell’uso di strumenti che – anche per facilitarne l’uso globale in rete, spesso da parte di comunità multilinguistiche e non localizzate territorialmente – sono prevalentemente in inglese. Un uso che può rappresentare in certi casi solo una curiosità, ma che in altri può diventare preoccupante, specie se accompagnato da carenze nelle competenze linguistiche di base e dalla debolezza di altri contesti di uso del linguaggio.

Sono proprio queste strane e babeliche ‘interlingue’ di rete, che nascono e si sviluppano in comunità magari ristrette e particolari, ma che non riguardano affatto unicamente o in primo luogo il linguaggio informatico, a costituire a mio avviso uno fra i fenomeni linguistici più interessanti legati all’uso di strumenti e di interfacce informatiche e alla comunicazione via Internet.

Occorre reagire, e come, davanti a situazioni di questo tipo? Non dispongo né delle competenze che sarebbero necessarie, né di un quadro d’insieme sufficientemente completo per poter azzardare risposte, ma credo che chiudere gli occhi o limitarsi a condannare serva a poco. In un contesto quale quello fin qui delineato, le strategie per diffondere e difendere l’italiano devono evidentemente anch’esse assumere nuove forme, accettando di confrontarsi con un terreno – quello dell’interazione di rete – nel quale molte tradizionali distinzioni geografiche vengono a cadere e l’inglese funziona spesso da lingua franca. Funzione che non sarebbe credo né utile né opportuno cercare di negare o di sovvertire, ma che è invece ben possibile integrare con forme di disseminazione – altrettanto trasversali – della nostra cultura linguistica. Un’azione che può essere svolta da un lato attraverso interventi capaci di migliorare visibilità interna e internazionale, accessibilità, autorità delle (molte) comunità di rete che utilizzano l’italiano, rendendole consapevoli anche della funzione di ‘presidio linguistico’ che in certe circostanze esse possono svolgere. Dall’altro riconoscendo l’importanza del tema della localizzazione (e dunque nel nostro caso della realizzazione di buone versioni italiane) di programmi e interfacce. Esistono innumerevoli iniziative e premi rivolti al mondo della tradizione letteraria e saggistica: forse sarebbe opportuno assumere qualche iniziativa capace di incoraggiare e valorizzare anche le buone ‘traduzioni’ di programmi informatici, manuali, documenti di riferimento[7].



[1] <http://www.debris.it/forum/viewtopic.php?t=165&sid=abd94bdb1eeb98af529558d8dbd9e871> (ultima consultazione di questa e delle altre pagine citate in seguito: 28 settembre 2003).

[2] <http://www.mondoirc.net/forum/topic.asp?TOPIC_ID=1467>.

[3] Volendo usare il linguaggio degli ‘addetti ai lavori’, è un bot per IRC. Per maggiori informazioni si veda la pagina <http://www.egghelp.org/whatis.htm>.

[4] <http://www.playernetwork.net/forum/topic.asp?TOPIC_ID=586&ARCHIVE=> .

[5] <http://forum.cybergames.it/topicDisplay.php?topicID=5610&templateName=plain_it>. ‘Lootare’  (che diventa spesso, come nel passo citato, ‘loottare’ o ‘lottare’) deriva dall’inglese ‘Loot’, termine che indica i beni rimasti sul cadavere (fortunatamente virtuale) di un giocatore o un personaggio ucciso nel corso del gioco: lootare significa dunque spogliare un cadavere dei suoi beni, ed è azione generalmente considerata riprovevole, ancorché vantaggiosa. Il termine Drow si riferisce, nella mitologia di alcuni giochi di ruolo, a un particolare gruppo di elfi, gli elfi oscuri o elfi neri, che abitano l’Underdark. PG abbrevia ‘personaggio giocante’, il Master è il giocatore che organizza e dirige un gioco di ruolo.

[6] <http://www.theabyss.biz/risultati/reportpiacenza02a.htm>. I termini si riferiscono a personaggi, incantesimi, controincantesimi e regole del gioco.

 
 
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