E' questo l'animale che non c'è.
Non lo sapevano, eppure l'hanno amato
- l'andatura, la forma, la criniera,
fino alla mite luce dello sguardo.
Certo, non era. Ma amandolo, divenne
un animale puro. Gli fu lasciato spazio.
E in quello spazio chiaro conquistato
senza bisogno d'essere, levò leggero il capo.
Non lo nutrivano di biada,
ma sempre e solo dell'esser possibile
e forza tale gli diede il possibile
che crebbe un corno sulla nuda
fronte, e fu unicorno.
Si avvicinò, bianco, a una vergine
e fu nello specchio d'argento, ed in lei.
(R.M. Rilke)
Il linguaggio
umano ha una capacità che non cessa di sorprenderci: quella
di poter parlare di oggetti e situazioni che non esistono. Una
capacità apparentemente priva di limiti: possiamo infatti usare
il linguaggio per parlare di ciò che semplicemente non è presente
qui ed ora, ma anche per parlare di ciò che non
è mai stato e presumibilmente non sarà mai - di mere possibilità
- e, addirittura, di ciò che non potrebbe essere, di situazioni
ed 'oggetti' impossibili.
Il linguaggio
parla di questi diversi tipi di non-entità con una disinvoltura
sconcertante. Di chi (o di cosa) stiamo parlando,
quando diciamo che Ireneo Funes, l'uomo dalla perfetta e prodigiosa
memoria, è un personaggio immaginario frutto della fantasia
dello scrittore argentino Jorge Luis Borges? O quando diciamo
che gli unicorni sono animali simpatici, e che un quadrato rotondo
è impossibile? Il linguaggio sembra conferire una qualche sorta
di esistenza a queste non-entità, e non ci facciamo normalmente
troppi problemi nell'assegnare dei valori di verità alle proposizioni
che ne parlano. D'altro canto, l'"allargamento" dell'ontologia
che pare implicato da queste operazioni suscita in noi una certa
inquietudine - soprattutto quando ad esserne responsabile non
è il linguaggio letterario o poetico, al quale tendiamo a riconoscere
una maggiore libertà, ma quello, più rigoroso, della scienza.
Così, quando si è iniziato ad utilizzarli, ci si è chiesti se
i numeri immaginari avessero o no lo stesso tipo di 'realtà'
dei numeri naturali, e ci si è a lungo interrogati se le quantità
infinitesimali fossero veramente delle 'quantità'.
I problemi
connessi a questo insieme di tematiche sono, naturalmente, antichi
quanto la filosofia, anche se assumono di volta in volta forme
specifiche in relazione agli specifici contesti nei quali vengono
sollevati - basti pensare, appunto, alla discussione sulle "grandezze
infinitesime" che ha preceduto, accompagnato e seguito
la nascita dell'analisi infinitesimale.
In questo
articolo ci occuperemo di un capitolo relativamente poco esplorato
di questa storia, prendendo brevemente in considerazione alcuni
aspetti dell'attenzione che agli 'oggetti inesistenti' è riservata
nella discussione logica tardo scolastica e rinascimentale,
e in particolare nell'opera logica di Bartholomaeus Keckermann.
Sarà innanzitutto
esaminato il problema del 'diritto di cittadinanza' degli enti
inesistenti nel campo d'azione della logica. Si discuterà in
seguito il loro collegamento con la trattazione delle facoltà
dell'imaginatio o phantasia da un lato, e con
la teoria logica della modalità dall'altro. Nel far ciò, si
avrà occasione di affrontare la questione dello 'status' logico
della chimera, ente fittizio per eccellenza, generalmente percepito
come impossibile dalla riflessione logica scolastica e tardo
scolastica, ma che Keckermann sembra invece recuperare alla
sfera del possibile. Saranno anche presi in considerazione gli
esempi di 'impossibilità teologiche', discussi da Keckermann
in evidente collegamento con le polemiche interconfessionali
sui dogmi e che sembrano progressivamente sostituire, anche
nelle discussioni specificamente logiche, gli esempi di enti
impossibili di origine letteraria
1. Gli
enti inesistenti e il problema dell'oggetto della logica.
Nel Systema
Logicae, edito per la prima volta nel 1600,
uno dei problemi più interessanti affrontati da Keckermann è
quello di stabilire se gli oggetti inesistenti facciano o no
parte, ed eventualmente con quali limiti, della 'sfera d'azione'
della logica. L'argomento è introdotto con un immediato accenno
polemico:
Atque hic quidem notanda est insignis incogitantia eorum
qui obiectum seu subiectum Logicae ex aequo faciunt Ens et non
Ens, sive Ens verum et fictum. Nimirum Logicae hoc tantum est
proprium et per se obiectum, quod est obiectum humanae intellectionis:
at vere huius adaequatum obiectum omnibus sanis fatentibus est
tantum verum (cui fictum opponitur) sicut voluntatis obiectum
per se est tantum Bonum.
[E a questo proposito va almeno notato il rilevante errore
di coloro che considerano oggetto o soggetto della logica allo
stesso modo sia ciò che è sia ciò che non è, l'ente reale come
quello fittizio. Infatti, oggetto proprio e per sé della logica
è solo ciò che è oggetto della intellezione umana, il cui oggetto
adeguato - come ammetterebbe qualunque persona sensata - è solo
il vero (al quale il fittizio si oppone), così come oggetto
per sé della volontà è soltanto il bene.]
Oggetto
proprio della logica sono dunque, per Keckermann, solo gli enti
reali. Ma chi sono gli autori ai quali egli si oppone con tanta
decisione?
Una concezione
che pare assai vicina a quella avversata da Keckermann è sostenuta
da Ramo:
(...) quaestio magna est de subiecto Dialecticae, quid
sit quod disserendo tractari possit. Omnia dico, nihil excipio;
atque id Aristotele authore confirmo. Atque illud nimirum est,
primo quarti philosophiae, ens quatenus ens, ab Aristotele,
Dialectico subiectum: imo vero non ens, omninoque quidlibet
seu verum, seu falsum, quod tractari, ac ratione disputari &
explicari possit. (...) Ergo de omni ente disserere, huic facultati
subiectum est, imo vero etiam de non ente. (...) Quare etiam
non ens philosopho & Dialectico, non sophistae solum subiicitur;
universaeque Logicae commune subjectum, erit etiam non ens.
[un problema importante è quello del soggetto della dialettica,
di che cosa cioè si possa trattare nel ragionamento discorsivo.
La mia risposta è: di tutto, senza eccezioni; risposta che confermo
con l'autorità di Aristotele. E certamente nel primo capitolo
del quarto libro della Metafisica Aristotele pone soggetto
per il dialettico l'ente in quanto ente - ma anche il non ente,
ed in generale qualunque cosa, vera o falsa, di cui si possa
trattare, discutere attraverso il ragionamento e spiegare. (...)
Quindi soggetto a questa facoltà è il discutere di ogni ente,
ed anche del non ente. (...) Per cui il non ente è soggetto
anche per il filosofo e per il dialettico, e non solo per il
sofista; e anche il non ente sarà soggetto comune di tutta la
logica.]
L'esplicito
allargamento del campo d'azione della logica alla sfera dei
non-enti pare, nella tradizione ciceroniana e ramista, collegato
all'idea che la logica, ars bene disserendi, debba dar
conto di tutto l'insieme dell'attività discorsiva umana, indipendentemente
dall'esistenza o meno di referenti esterni dei termini utilizzati.
Clemens Timpler, che riporta questa concezione come terza tra
cinque opiniones sull'oggetto della logica, ne individua
la motivazione nella considerazione
quod subiectum logicae tam late patere debeat,
quam late patet ipse usus rationis seu intellectus humani.
[che il soggetto della logica debba estendersi tanto,
quanto si estende l'uso stesso della ragione o dell'intelletto
umano.]
Il riconoscimento
di un qualche 'diritto di cittadinanza' dei non-enti nel campo
d'azione della logica non mancava di plausibilità neanche per
la tradizione logica scolastica e tardo scolastica che Ramo
attaccava. La teoria dell'ampliatio riconosceva infatti
la possibilità di termini con suppositio ampliata al
possibile, oltre che al passato e al futuro, e, proprio con
riferimento a termini quali chimera, non erano mancati
i sostenitori della possibilità di riconoscere una ampliatio
anche rispetto all'immaginabile.
Quanto
a Keckermann, la sua definizione generale della logica come
"ars dirigens mentem in cogitatione rerum"
("arte che guida la mente nel pensare attorno alle cose")
suppone evidentemente un'attenzione particolarmente forte all'esistenza
di referenti reali per i termini utilizzati, e il rifiuto di
assimilare allo stesso titolo enti reali ed enti immaginari
come obiectum della logica potrebbe essere visto come
una diretta conseguenza di quest'impostazione.
L'affermazione
che il termine ens non ha la stessa significazione se
applicato agli enti reali o agli enti immaginari, affermazione
che pare ispirata da considerazioni analoghe, era del resto
già presente nella tradizione logica cinquecentesca: secondo
Domingo de Soto, ad esempio,
(...) ly chimera de materiali non significat vera
entia, sed solum ficticium et imaginabile, ponitur tamen ly
ens in eius diffinitione, quia non habemus aliud nomen
communius impositum ad significandum illud ens ficticium.
[il termine chimera non significa di per sé enti
reali, ma solo qualcosa di fittizio e immaginabile; tuttavia
si pone il termine ente nella sua definizione, perché
non abbiamo altro nome più comune che abbia la funzione di significare
tale ente fittizio.]
Questa
differenza tra i vera entia e gli entia ficticia
può essere bene accostata, mi pare, alla distinzione, che tra
breve esamineremo in dettaglio, posta da Keckermann tra gli
enti reali, oggetto proprio e per sé della logica, e le buone
fantasie, che della logica possono essere oggetto solo per
accidens.
Posizioni
analoghe a quella di Ramo e dei ramisti sono invece sostenute,
a proposito dell'inclusione dei non enti nel campo d'azione
della logica, da diversi autori eclettico-sistematici al lavoro
nei primi decenni del XVII secolo; fra gli altri, da Johannes
Henricus Alsted, influente enciclopedista e commentatore di
Lullo,
e, ma in modo molto più sfumato forse proprio per l'influenza
delle critiche di Keckermann, da Clemens Timpler.
La differenza tra la posizione di Keckermann e quella di Timpler
ed Alsted è sintomatica della difficoltà di tracciare chiare
distinzioni di scuola nel variegato quadro della logica a cavallo
tra il Cinquecento e il Seicento: Risse considera questi tre
logici come i più influenti portavoce della corrente eclettico-sistematica,
ma pare difficile, almeno sulla questione tutt'altro che marginale
dell'obiectum della logica, assimilare le loro posizioni
in maniera più che generica.
2. La
costruzione di oggetti inesistenti: phantasia e
imaginatio.
Come si
è visto, Keckermann esclude tutti gli entia ficta dall'oggetto
primario della logica; in tal modo, però, deve affrontare il
problema di decidere se differenziare, e come, gli entia
ficta possibili - quelli cioè il cui concetto non violi
il principio di non contraddizione - da quelli impossibili e
autocontraddittori. Ed in effetti questa distinzione è avanzata
con grande chiarezza. I ficta possibilia vengono identificati
con le cose che
cum nihil sint, nihil tamen repugnat esse, ut mons aureus,
item domus solis, quam 2. Metam. fingit Ovidius ex auro, pyropo,
ebore; item chimaera, et alia figmenta, ac bonae phantasiae.
[pur non essendo, non sarebbe contraddittorio supporre
esistenti, come la montagna d'oro o la casa del sole che nel
secondo libro delle Metamorfosi Ovidio immagina fatta
d'oro, di piropo e d'avorio; ed anche la chimera, e gli altri
figmenti e buone fantasie.]
Vi sono
dunque - in contrasto, come vedremo, con le malae ac prodigiosae
phantasiae - delle 'buone fantasie', figmenta di
oggetti non esistenti nella realtà ma che potrebbero esistervi
senza repugnantia. Loro procedimento di formazione per
eccellenza è il riferimento per accidens alle categorie,
ed in particolare alla categoria della sostanza, determinato
dalla loro natura di concetti composti costruiti dalla mente,
ma le cui componenti si danno nella realtà:
Hec enim et similia ficta semper insinuant, ut Scholastici
loquuntur, quandam compositionem et entitatem ab anima factam
per coniunctionem obiectivam eorum, quae alioquin in rerum natura
reperiuntur aut reperiri non repugnat: nam si repugnet, simpliciter
a praedicamentis excluduntur, ut mox dicetur.
[Questi e simili enti fittizi comportano sempre, come
è detto dagli scolastici, una qualche composizione ed entità
costruita dall'anima attraverso la congiunzione oggettiva di
cose che sono comunque reperibili nella natura, o potrebbero
esserlo senza contraddizione: se infatti vi fosse una qualche
contraddizione, [tali enti] sarebbero semplicemente esclusi
dall'appartenenza a qualunque categoria, come sarà detto tra
breve.]
Alla base
della costruzione vi è dunque normalmente un dato empirico,
un riferimento alla realtà. Così, se mons e aurum
sono entrambi sostanze, la loro unione ad opera della phantasia
nell'immaginario mons aureus sarà anch'essa riferita
alla categoria della sostanza.
La teoria
della necessità di una 'materia' empirica come base di partenza
per il lavoro della phantasia è in effetti del tutto
tradizionale.
Si noterà tuttavia l'uso dell'espressione "in rerum natura
reperiuntur aut reperiri non repugnat": al puro
riferimento alla natura come serbatoio di materiale per la phantasia
si aggiunge l'ulteriore campo di ciò che può esistere in natura
senza repugnantia, cioé del logicamente possibile. E,
come vedremo più avanti, l'imaginatio (o almeno una forma
aberrante di 'apparente' imaginatio) potrà per alcuni
autori superare anche questi limiti.
Può essere
forse opportuno spendere qualche parola sull'uso in questo contesto
del termine repugnantia. Termine logico, collegato alla
teoria dell'opposizione, repugnantia era usato all'epoca
di Keckermann sia in senso largo come sinonimo di oppositio,
sia in senso stretto - ed è quello che Keckermann pare preferire
- ad indicare la forma specifica di oppositio che sorge
tra due termini dei quali l'uno è l'antecedente o conseguente
del contrario dell'altro. Come per le altre forme di oppositio,
la repugnantia pare comunque fondata sul riconoscimento
di una latente contradictio tra i due termini.
E nei passi citati, la non repugnantia con la realtà
richiesta alle bonae phantasiae pare appunto essere una
richiesta di non autocontraddittorietà, e cioé di possibilità
logica.
L'uso del
termine phantasia per indicare l'operazione ab anima
facta di costruzione di oggetti inesistenti non è certo
una novità lessicale di Keckermann; come nota Sten Ebbesen nel
suo stimolante 'Diario della Chimera',
già Asclepio nel commentario alla Metaphisica aveva sostenuto
che
il tipo di comprensione intellettuale che si ha nel caso
di oggetti di questo tipo non è una noesis ma una phantasia.
Accanto
a phantasia i medievali utilizzeranno spesso, a questo
proposito, il termine imaginatio.
La costruzione mentale di enti non esistenti ad opera di tali
facoltà può per alcuni autori spingersi anche oltre il campo
della possibilità.
3. Il
caso della chimera
Si è già
notato come la chimera costituisca senz'altro l'esempio tradizionale
più famoso e diffuso di ente non esistente.
Keckermann, come abbiamo visto, annovera la chimera tra i ficta
possibilia; per molti autori medioevali e tardo medioevali,
tuttavia, la chimera era stata l'ente impossibile per eccellenza:
alla sua definizione letteraria di mostro dalla testa di leone,
il corpo di capra (o, a volte, di vergine) e la coda di dragone
o di serpente,
si era affiancata quella puramente logica di composto di parti
incompatibili.
Le due definizioni sembrano collegate dalla convinzione che
il tentativo di unificare le essenze di leone, capra (o donna)
e dragone in un unico animale fosse esso stesso logicamente
impossibile.
Entrava qui probabilmente in gioco l'opposizione tra termini
disparati, fondata sulla necessaria presenza ad un qualche livello
del loro discorso definitorio di differentiae alternative
ed incompatibili: per questa via, la attribuzione ad un unico
soggetto di tutte le caratteristiche proprie di termini disparati
doveva essere considerata come implicitamente contraddittoria.
Soprattutto
nella tarda scolastica, comunque, una certa tensione tra la
definizione 'logica' e quella 'letteraria' della chimera pare
essere stata chiaramente avvertita.
Marsilio di Inghen le distingue esplicitamente:
Quidam enim dicunt sic, quod chymera est ens compositum
ex incompossibilibus componi. Alii diffiniunt sic: chymera est
animal compositum ex capite leonis, ventre capre, cauda draconis
et sic de aliis partibus animalis.
[Alcuni infatti sostengono che la chimera sia un ente
composto da elementi che non possono essere composti perché
incompossibili. Altri la definiscono così: la chimera è un animale
composto dalla testa di un leone, dal ventre di una capra, dalla
coda di un serpente, e così per le altre parti dell'animale.]
E.P. Bos,
che ha riportato questo passo, nota come entrambe queste definizioni
siano percepite da Marsilio come relative ad un ente impossibile;
la chimera definita nel primo modo, tuttavia, oltre ad essere
impossibile è anche non immaginabile, dato che, sostiene Marsilio,
non è possibile immaginare una contraddizione. Nel caso della
seconda definizione, invece, la chimera è immaginabile, ed anzi
significa per se una res imaginata.
Keckermann,
come si è visto, considera la chimera non solo immaginabile,
ma possibile. Dato tuttavia che sulla scia della tradizione
logica scolastica e tardo-scolastica anch'egli mostra altrove
- con riferimento a Melantone - di considerare contraddittoria
l'aggregatio di termini disparati,
si dovrà ritenere che per Keckermann la chimera non unisca le
essenze di aquila, capra e serpente ma solo alcune caratteristiche
esteriori di questi animali: caratteristiche tra loro compatibili,
che fanno della chimera un animale possibile, una bona phantasia.
L'idea
di chimera implicita nella trattazione di Keckermann è, evidentemente,
quella letteraria piuttosto che quella logica. E, d'altro canto,
pare verosimile pensare che anche agli autori scolastici maggiormente
influenzati dalla definizione 'letteraria' della chimera l'idea
della sua possibilità logica debba essersi affacciata. Può essere
a questo proposito interessante ricordare un passo della quaestio
"Utrum malum habeat ideam in Deo" contenuta
nel De Veritate di Tommaso d'Aquino. Il sesto argomento
a sostegno del videtur quod sic è il seguente:
Praeterea, si malum non habet ideam, non est hoc nisi
quia malum non est ens, sed formae cognitivae possunt esse de
non entibus: nihil enim prohibet imaginari montes aureos, aut
chimaeram, ergo nihil etiam prohibet mali ideam esse in Deo.
[Inoltre, se [in Dio] non vi è l'idea del male, ciò non
è se non perché il male non è un ente; ma è possibile avere
forme cognitive di non enti: niente infatti impedisce d'immaginare
montagne d'oro, o la chimera, dunque niente impedisce anche
che l'idea del male sia in Dio.]
La risposta
di Tommaso, tesa a dimostrare che in Dio non può esservi l'idea
del male, se si intende idea in senso proprio, è che
aliquid dicitur non ens dupliciter, uno modo, quia non
esse cadit in definitione eius, sicut caecitas dicitur non ens;
et talis non entis non potest concipi aliqua forma neque in
intellectu neque in imaginatione; et huiusmodi non ens est malum;
alio modo, quia non invenitur in rerum natura, quamvis ipsa
privatio entitatis non claudatur in eius definitione; et sic
nihil prohibet imaginari non entia, et eorum formas concipere.
[qualcosa è detto non ente in una duplice accezione:
in un primo modo, perché il non essere fa parte della sua definizione,
come la cecità è detta non ente, e di tale genere di non ente
non è possibile concepire alcuna forma né nell'intelletto né
nell'immaginazione, e il male è un non ente di questo tipo;
in un secondo modo, perché non si dà in natura, sebbene la privazione
di entità non faccia parte della sua definizione; e niente impedisce
di immaginare non enti di questo tipo, e concepire le loro forme.]
Di ciò
che non è perché il non essere fa parte della sua definizione
non si può dunque dare per Tommaso né intellezione né immaginazione.
Gli 'enti privativi' e gli enti logicamente impossibili parrebbero
accomunati da questa concezione, e considerati entrambi come
non immaginabili. La privatio entitatis non compare invece
nella definizione del monte aureo e della chimera: si tratta
quindi di enti immaginabili. Sono allora, per Tommaso, anche
enti possibili? Se si considera il senso logico di possibilità
individuato da Tommaso sotto il nome di possibilitas absoluta
e definito attraverso la non contraddittorietà dell'intensione
del concetto,
la risposta dovrebbe essere positiva. In caso contrario, una
contraddizione diretta sarebbe presente nella loro intensione,
e costituirebbe, presumibilmente, un sufficiente indizio di
privatio entitatis. Altrove Tommaso considera quella
di chimera una conceptio falsa perché "neque est
similitudo alicuius rei extra animam, neque consequitur ex modo
intelligendi rem aliquam naturae"
("non è né una similitudine di qualcosa esistente al di
fuori dell'anima, né segue dal modo di comprendere qualcosa
di esistente in natura"), ma questo non pare implicare
che la chimera debba essere considerata assolutamente impossibile.
La chimera della quale S. Ebbesen ha raccolto il diario
potrebbe forse trovare nella distinzione tra potentia Dei
absoluta e potentia Dei ordinata un rifugio sufficiente
ad evitare la minaccia della totale impossibilità.
4. Le
malae phantasiae e la polemica teologica
L'idea
di Keckermann che accanto alle bonae phantasiae di enti
possibili vi siano anche malae phantasiae di enti impossibili
sembra implicare che a suo avviso una qualche forma, per quanto
perversa, di immaginazione possa spingersi nel territorio dell'impossibile.
Ma quali sono per Keckermann i ficta impossibilia che
si contrappongono al vasto territorio dei prodotti della buona
fantasia?
Entia vero (si entia dici debent) ficta impossibilia
sunt, quae ne Deus quidem producere potest, cum implicent contradictionem
naturae Dei adversantem, qualia sunt, Deus creatus, ubiquitas
humanae carnis, caro deificata, sacrificium incruentum, meritum
operum in homine peccatore, oralis manducatio corporis Christi,
universalis selectio seu electio, et aliae eiusmodi malae ac
prodigiosae phantasiae, quas optem tam vere ex hominum mentibus
exterminari, quam recte eas Logica e suis excludit ordinibus.
[Gli enti fittizi impossibili (posto che debbano essere
detti enti) sono quelli che neanche Dio potrebbe produrre, dato
che implicano una contraddizione con la natura stessa di Dio,
quali sono un Dio creato, la ubiquità della carne umana, la
deificazione della carne, un sacrificio incruento, un merito
per le opere nell'uomo peccatore, il mangiare con la bocca il
corpo di Cristo, la selezione o elezione universale, e altre
consimili fantasie cattive e prodigiose, che dovrebbero essere
sradicate dalla mente umana così come a ragione la logica le
esclude dalla propria considerazione.]
Si noterà
come nel definire l'impossibilità delle malae phantasiae
l'uso del criterio logico della contraddittorietà si colleghi
all'idea che la contraddizione in questione sia naturae Dei
adversantem, e ad una scelta degli esempi decisamente teologica,
collegata alle polemiche interconfessionali sui dogmi.
L'impossibilità
degli enti costruiti su una contraddizione è dunque per Keckermann
una impossibilità assoluta: la loro creazione è al di fuori
delle stesse possibilità divine.La trasgressione al principio
di non contraddizione sembra venire in tal modo considerata
come un affronto non solo ad un decreto divino, ma ad una legge
immutabile alla quale lo stesso potere divino non può non uniformarsi.
Come è
noto, la tradizione logica scolastica era stata anch'essa largamente
di questo avviso. Per evitare la conseguente ammissione di un
principio esterno a Dio e per Dio condizionante, si tendeva
poi a trovare il 'luogo' proprio della legge di non contraddizione
nell'intelletto divino, con il quale la volontà creatrice non
può mancare di accordarsi.
Keckermann,
e con lui un gran numero di autori di ambito protestante influenzati
da Melantone, tendeva non solo ad accentuare l'importanza del
principio di non contraddizione, ma ad utilizzarlo come arma
privilegiata nella battaglia teologica. La dimostrazione della
contraddittorietà delle posizioni avversarie in materia di fede
diventava in tal modo nuovo campo d'incontro tra la teologia
e la logica, come già secoli prima, al riaffacciarsi della riflessione
logica nell'occidente latino, era stato il lavoro di 'scioglimento'
delle apparenti contraddizioni delle Sacre Scritture. In questo
compito il logico trovava anche un'arma di difesa dalle accuse
di sterilità mosse alla sua disciplina, una vindicatio degli
strumenti tecnici da lui utilizzati.
La scelta
di esempi fatta da Keckermann tra le malae ac prodigiosae
phantasiae degli enti impossibili costituisce una indicativa
manifestazione di questo atteggiamento, così come l'accento
di eresia posto da Melantone su ogni violazione del principio
di non contraddizione:
Hic ordo, ne duae contradictoriae simul verae sint, aut
simul falsae, est regula immota et aeterna mentis divinae, monstrata
hominibus in hoc principio: Quodlibet est, aut non est. Et hunc
ordinem tollere, est omnia facere incerta, et totam rerum universitatem
confundere.
[Questo ordine, che due proposizioni contraddittorie
non possano essere insieme vere o insieme false, è una regola
fissa ed eterna della mente divina, data agli uomini in questo
principio: ogni cosa o è o non è. E distruggere questo ordine
vuol dire rendere tutto incerto, e confondere l'intera organizzazione
complessiva delle cose.]
Il principio
di non contraddizione dunque, regula divini et humani iudicii,
fa sì che agli enti impossibili debba essere negata qualunque
forma di cittadinanza - anche quella per accidens riconosciuta
ai ficta possibilia - nelle province della logica. La
mala ac prodigiosa phantasia che li produce andrebbe,
anzi, radicalmente eliminata dalla mente umana.
Nel Systema
logicae Keckermann arriva, in conclusione, ad una tripartizione
dei 'pretesi oggetti' della logica: gli enti reali, i soli dei
quali il logico potrà occuparsi con pieno diritto; il vasto
campo dei ficta possibilia, figmenta la cui possibilità
è radicata nella non violazione della forza logica del principio
di non contraddizione, ma che nondimeno solo per accidens
e in maniera in qualche modo indiretta cadono nella sfera della
riflessione logica; l'orribile territorio dei ficta impossibilia,
non-enti prodotti da una fantasia eretica e pervertitrice, che
il logico dovrà evitare con cura, ma nel contempo smascherare
e delimitare dall'esterno.
5. Lo
Scientiae Metaphisicae compendiosum Systema.
La critica
insieme teologico-morale e logica alla costruzione di enti immaginari
impossibili è accompagnata in Keckermann dall'idea che le bonae
phantasiae di enti possibili debbano risultare non solo
non autocontraddittorie, ma anche moralmente e didatticamente
utili. Nello Scientiae Metaphysicae compendiosum Systema
è così affermato, a proposito delle bonae phantasiae,
classificate come imago entis indirecta, che
Indirecta imago est, quae quidem rebus non correspondet,
sed tamen utiliter adhibetur ad aliquid repraesentandum. Ut
sunt bonae phantasiae poetarum, fabulae Aesopi, & alia eiusmodi
figmenta utilia.
[Immagine indiretta è quella che, pur non corrispondendo
alle cose, è tuttavia impiegata utilmente per rappresentare
qualcosa. E di questo tipo sono le buone fantasie dei poeti,
le favole di Esopo, e altri simili figmenti utili.]
La ripetizione
due volte in poche righe della caratteristica di utilitas
che le bonae phantasiae poetarum devono possedere pare
certo non incidentale.
Abbiamo
visto che nel Systema logicae Keckermann arrivava alla
distinzione tra bonae e malae phantasiae considerando
e suddividendo l'insieme degli entia ficta. Sia i ficta
possibilia che i ficta impossibilia propriamente
sono non enti; ma i ficta possibilia, costruiti come
imago entis, sono in qualche modo più vicini agli enti
reali (e restano dunque oggetto, anche se solo per accidens,
della logica) che non all'abisso dell'assolutamente negativo
costituito dai non enti propriamente detti, nel quale precipitano
invece i ficta impossibilia. Nello Scientiae Metaphysicae
compendiosum Systema il 'salvataggio' - come si è visto
anche morale - delle bonae phantasiae le porta ancor
più vicine al campo delle entità reali; il loro 'peccato originale'
di appartenenza al campo degli entia ficta, e dunque
in fondo dei non enti, pare essere riscattato dalla loro utilità,
e Keckermann ha già trattato - con le parole sopra citate -
dell'imago entis quando introduce il concetto di non
ens. Le bonae phantasiae sono state così sottratte
a un destino piuttosto duro, dato che
Sicut Ens est unum, verum, bonum, ita Non
Ens est incertum, est falsum, est malum.
[Così come l'ente è uno, vero, buono, così il non ente
è incerto, è falso, è male.
Quanto
alle malae phantasiae, il loro status di immaginazioni,
per quanto perniciose, ne esce ulteriormente indebolito: non
si tratta in senso proprio di immagini, ma di finzioni di immagini.
Ciò che assolutamente non è - e si ricordi la tesi analoga sostenuta
da Tommaso - non può neppure essere propriamente immaginabile:
Sicut Ens habet suam imaginem veram, id est, talem quae
repraesentat veritatem Entis, ita quoque Non Ens proprie imaginem
nullam habet; et, si quis imaginem Non Entis faciat, ille quid
falsum facit; quia Non Entis nulla est imago, nullus conceptus
per se.
[Così come l'ente ha la sua immagine vera, tale cioè
da rappresentare la verità dell'ente, così il non ente non ha
propriamente alcuna immagine; e se qualcuno si formasse un'immagine
del non ente, egli formerebbe qualcosa di falso, dato che del
non ente non vi è alcuna immagine né alcun concetto per sé.]
Ancora
una volta, l'esempio di questa singolare 'finzione di finzione'
appartiene alla polemica teologica:
Pontificii fingunt imaginem purgatorii in mente sua,
sed cum purgatorium sit non Ens, non habet imaginem.
[I seguaci del Pontefice fingono nella propria mente
un'immagine del purgatorio; ma dato che il purgatorio è un non
ente, non ha alcuna immagine.]
In maniera
non del tutto conseguente - dato che si tratta della categoria
alla quale presumibilmente appartengono anche le bonae phantasiae,
delle quali ha invece già parlato - Keckermann si ricorda poi
di inserire i possibili non realizzati nel novero dei non enti
(non enti, tuttavia, secundum quid e non simpliciter).
Questa volta, però, l'esempio portato non è quello delle bonae
phantasiae, ma quello, che sembra strutturalmente assai
diverso, dell'embrione nel grembo materno, che pur essendo 'non
uomo' può diventare uomo:
itaque non est Non Ens simpliciter, sicut homo irrationalis,
Deus iniustus, fortitudo ignava, ignis frigidus, sunt
Non entia simpliciter, quia contradictionem includunt.
[dunque non si tratta di un non ente simpliciter,
mentre un uomo irrazionale, un Dio ingiusto, una forza priva
di forza, un fuoco freddo sono non enti simpliciter,
dato che includono una contraddizione.]
Vi è dunque
una sostanziale ambiguità nella trattazione degli enti possibili
non realizzati, classificati una volta, come bonae phantasiae,
nella categoria dell'imago entis indirecta, e una volta,
come non ens potentiale, nella categoria del non ens
secundum quid. Ambiguità alla quale può forse essere aggiunta
la discordanza tra la trattazione logica del non ens simpliciter,
definito attraverso la diretta contraddittorietà della sua intensione,
e quella del non ens potentiale, apparentemente più vicina
all'idea di una sorta di dinamica potentia generationis
che ad una concezione logica della possibilità.
E' possibile
che il contesto non strettamente logico della trattazione possa
essere all'origine di entrambe queste difficoltà. Nel complesso,
comunque, e nonostante l'introduzione di una certa inconsistenza
classificatoria, la trattazione dello Scientiae Metaphysicae
compendiosum Systema non intacca la sostanza delle posizioni
già espresse nel Systema Logicae, che sono semmai integrate
dalla richiesta extra-logica dell'utilitas delle bonae
phantasiae e dall'ulteriore elemento di polemica teologica
dato dal riferimento al purgatorio come esempio di mala phantasia.
Non sfuggirà
l'interesse dell'utilizzazione, da parte di Keckermann, di esempi
di questo tipo. Nel caso dei ficta possibilia, i riferimenti
sono letterari: la montagna d'oro, la casa del sole immaginata
da Ovidio, la chimera. Pare notarsi l'interesse del logico per
lo status dell'invenzione artistica:
lo scrittore è visto come il 'produttore' per eccellenza dei
possibili non esistenti, il principale utilizzatore della bona
phantasia. Per contrasto, la cattiva fantasia produttrice
di oggetti impossibili pare essere soprattutto quella dell'eretico,
del teologo di opposta confessione. E per tutto il Seicento,
sarà proprio questo protervo personaggio a sfidare il logico
attraverso la produzione incessante di orribili contraddizioni.
Gino
Roncaglia, 1992