Testo [non modificato] dell'intervento tenuto al convegno Pensiero
medievale e modernità organizzato dalla Società Italiana per
lo Studio del Pensiero Medievale, 12-13 settembre 1996.
L'espressione 'logica medievale' ha ormai probabilmente per la
comunità degli studiosi una connotazione piuttosto definita, nonostante
la pluralità di autori, opere, posizioni che possiamo inglobare
in questa categoria, e nonostante il notevole lavoro di ricerca
e di approfondimento che resta in molti casi da compiere. Assai
più fluttuante e nebuloso, tuttavia, è il quadro che si presenta
a chi si interessi di storia della logica non appena ci si avvicini
al confine a noi cronologicamente più vicino di questa galassia
teorica, e soprattutto non appena si tenti di attraversarlo. Dove
(e quando) finisce la 'logica medievale'? E secondo quali categorie
classificare e interpretare la riflessione logica del periodo immediatamente
successivo?
Naturalmente, non è affatto ovvio che categorizzazioni rigide siano
lo strumento migliore per cogliere, in questo come in altri casi,
i volti spesso variegati della storia del pensiero. Pure, l'incertezza
interpretativa, la difficoltà di stabilire rotte e punti di riferimento
sicuri, l'abbondanza di terre inesplorate che lo storico della logica
si trova davanti volendo percorrere il cammino che porta approssimativamente
dalla metà del quindicesimo alla metà del diciassettesimo secolo,
sono veramente notevoli, e meritano qualche considerazione. Tanto
più che all'altro estremo del cammino sembrerebbe trovarsi nuovamente
'terreno solido', almeno per quanto riguarda la figura più rilevante
della seconda metà del diciassettesimo secolo: la logica di Leibniz
è infatti campo di studio abbastanza familiare, e relativamente
ben esplorato.
Cosa c'è in mezzo? Alcuni tentativi di classificazione per la verità
ci sono: Jenny Ashworth - l'ha ricordato Luca Bianchi nel suo intervento
- caratterizza come post-medieval il periodo fra il quindicesimo
e il diciassettesimo secolo[1] , concentrandosi soprattutto su
un gruppo di maestri di tradizione scolastica attivi nel sedicesimo
secolo. Una scelta terminologica apparentemente neutrale, almeno
sotto il profilo della caratterizzazione teorica, ma che tende per
altro verso a sottolineare i legami di molti fra gli autori da lei
studiati con la tradizione logica medievale; Lisa Jardine si sofferma
invece sugli autori che verso la tradizione logica medievale hanno
un atteggiamento più esplicitamente critico - Valla, Agricola, Ramo
- caratterizzandoli come humanist dialecticians[2] ; il termine renaissance logic è
usato abbastanza di frequente - ad es., accompagnato dal più specifico
renaissance nominalism, da Jeff Coombs[3] nel discutere le teorie di un gruppo di autori che presenta larghe
sovrapposizioni con quello analizzato da Jenny Ashworth; Wilhelm
Risse utilizza l'espressione Logik der Neuzeit per comprendere
tutto il periodo 1500-1780, ricorrendo a etichette specifiche -
i cui confini sono di necessità spesso fluttuanti - per caratterizzare
le diverse posizioni teoriche[4]
. Risse distingue programmaticamente, fin dall'introduzione
della sua Logik der Neuzeit, sette categorie: la logica retorica
dei ciceroniani, l'aristotelismo ciceronizzante dei melantoniani,
il ramismo, l'aristotelismo 'puro', lo scolasticismo, la scuola
sistematica e quella lullista. Nel corso della trattazione, tuttavia,
compaiono numerose etichette alternative (Rhetoridialektiker,
Synkretisten, Humanistisch-Aristoteliker, Philippo-Ramisten,
Eklektiker...). Va detto, peraltro, che Risse si concentra
soprattutto sul problema dell'oggetto della logica: la scelta di
classificare da questo punto di vista un autore nell'una o nell'altra
delle categorie proposte, può risultare discutibile una volta che
si esaminino le posizioni dell'autore in questione relativamente
ad altri problemi.
Sappiamo bene che suddivisioni e categorizzazioni - spesso tutt'altro
che pacifiche - non mancano neanche nell'ambito della logica medievale;
tuttavia, l'impressione generale di un lettore che 'superi il confine'
può senz'altro essere quella del passaggio da una situazione relativamente
ordinata, con punti di orientamento definiti, a una situazione di
grande disordine. Anche perché le molte 'logiche' che queste etichette
caratterizzano si presentano spesso come radicalmente eterogenee
nei presupposti, nelle finalità, nell'articolazione della trattazione,
negli esiti teorici. Almeno in campo logico, si potrebbe quasi essere
tentati di caratterizzare il passaggio tra medioevo e modernità
proprio attraverso questo progressivo 'aumento dell'entropia'.
Quanta parte del quadro fin qui delineato dipende solo dalla scarsa
familiarità del lettore contemporaneo con la logica del XVI e della
prima metà del XVII secolo, e quanta corrisponde invece a un tratto
specifico del periodo preso in considerazione? E - se realmente
vi è stata - quali sono le radici e le caratteristiche della dispersione
teorica appena ricordata? Vi è infine una questione valutativa -
e dunque assai delicata - che è difficile evitare: davvero questa
dispersione corrisponde a un impoverimento e a una perdita di interesse
dei manuali logici del Cinquecento e del Seicento? Problema quest'ultimo,
si diceva, difficile da evitare se perfino una studiosa come la
già ricordata Jennifer Ashworth, che allo studio della produzione
manualistica di questo periodo ha dedicato notevoli sforzi ed energie,
nota in maniera piuttosto decisa che a suo avviso
|
generally speaking, nothing of interest to
the logician was said after 1550 at the very latest. Indeed,
(...) I have compiled a large list of logic texts from the
period 1550-1650 which I shall be happy never to open again.[5]
|
Si tratta di questioni che non ho naturalmente la pretesa di esaurire
in questo intervento, ma che vanno almeno ricordate volendo discutere
del rapporto fra pensiero medievale e modernità in campo logico.
L'osservazione abituale - e assolutamente corretta - secondo cui
l'influsso della logica medievale - anche di quella più marcatamente
'tecnica', contro la quale soprattutto si erano scagliati gli autori
di tradizione retorica e ramista - dura ben più a lungo di quanto
non si tenda talvolta ad ammettere, costituisce infatti solo una
parte del quadro complessivo: restano da capire le ragioni di questo
fenomeno, e soprattutto la sua articolazione.
Nel seguito del mio intervento, affronterò alcuni di questi problemi
dalla prospettiva specifica che mi è più familiare, quella della
produzione logica di ambito universitario in Germania fra 1550 e
1650. Ci sono due aspetti che mi sembrano fondamentali, e che hanno
una influenza diretta e difficile da sopravvalutare sulle opere
che ho studiato: le metodologie e le forme istituzionali dell'insegnamento
universitario da un lato, e il contesto politico-religioso - in
particolare le controversie interconfessionali - dall'altro.
Per quanto riguarda il primo aspetto, va detto che le università
della Germania protestante attraversano fra la prima metà del XVI
e la prima metà del XVII secolo uno sviluppo nel quale possono essere
distinte, pur senza traumatiche soluzioni di continuità, sostanzialmente
due fasi. La prima metà del XVI secolo è segnata dal parziale abbandono
di alcuni aspetti del tradizionale insegnamento 'scolastico' tardo-medievale
e dall'assorbimento di elementi 'umanistici', con una notevole enfasi
sull'insegnamento delle lingue classiche, la tendenza a privilegiare
la retorica rispetto alla logica, e una apertura verso i nuovi indirizzi
di filosofia della natura[6] . A cavallo fra la fine del XVI e l'inizio del
XVII secolo si assiste invece a un ritorno a forme di aristotelismo
più tradizionale, con una decisa accentuazione del ruolo della metafisica,
il recupero della distinzione fra logica e retorica, e un'ampia
utilizzazione di strumenti logici nell'ambito del discorso teologico.
Questo sviluppo potrebbe essere seguito in dettaglio attraverso
molti indicatori, dall'evoluzione delle pratiche di insegnamento
ai mutamenti nelle cattedre attivate dalle singole università, dai
cambiamenti dei curricula didattici agli argomenti prescelti
per le dispute accademiche. In parte, ho cercato di darne conto
in altra sede[7] ; qui mi limiterò a ricordare qualche
esempio, come l'introduzione e la successiva perdita di rilievo
della declamatio, innovazione umanistica di ispirazione retorica
e ciceroniana che per un breve periodo pare insidiare la disputatio
nel ruolo di pratica scolastica fondamentale, o la vicenda davvero
sintomatica della decisione di abolire i tradizionali gradi accademici
di baccalaureus, magister e doctor, presa a
Wittenberg nel 1523 (sulla scorta di Matteo 23,8: «ma voi non fatevi
chiamare 'Rabbi', perché uno solo è il vostro maestro e voi siete
tutti fratelli») ma rivista già nel 1533, con la reintroduzione
del curriculum tradizionale[8] .
Un'evoluzione simile è riscontrabile in campo più strettamente
logico. Com'è noto, Lutero aveva violentemente polemizzato contro
la filosofia aristotelica, ed era stato assai critico verso il collegamento
troppo stretto fra filosofia (e in particolare logica) e teologia[9] , collegamento che aveva costituito una delle
caratteristiche principali della teologia scolastica. Ma già l'atteggiamento
di Lutero verso la logica - da lui conosciuta attraverso Jodocus
Trutvetter, probabilmente il più importante logico tedesco dei primi
anni del XVI secolo - non era stato così negativo come la sua polemica
antiaristotelica e antiscolastica potrebbe lasciar supporre: un
dato, questo, già ben sottolineato da Theodor Dieter nel suo intervento.
Del resto, Lutero stesso si considerava in qualche misura occamista,
e aveva definito Ockham «scholasticorum doctorum sine dubio princeps
et ingeniosissimus»[10]
. Pur opponendosi al suo impiego nei settori più delicati della
teologia, come la dottrina trinitaria, Lutero concordava sull'utilità
della logica aristotelica nel campo della filosofia naturale, sostenendo
tuttavia la necessità di riformarne l'insegnamento, abbreviandone
e semplificandone la trattazione[11]
. E' questo il compito che si assumerà Melantone[12] .
E' difficile sottovalutare l'importanza delle opere logiche di
Melantone, non solo per la loro diffusione (fra il 1547, anno della
prima edizione, e il 1600 gli Erotemata dialectices conoscono
oltre cinquanta edizioni, e rappresentano il principale testo di
logica della Germania luterana), ma anche per il fatto che esse
mostrano uno sviluppo interno in qualche misura analogo a quello
sopra delineato, e che avrebbe caratterizzato l'insieme della logica
protestante nel corso del secolo seguente. Le prime due versioni
della dialettica di Melantone - la Compendiaria dialectices ratio
del 1520 e i Dialectices libri IV del 1528 - mostrano infatti
una impostazione fortemente influenzata dalla dialettica 'umanista',
e in particolare da Agricola. Ma gli Erotemata dialectices
rivelano un mutamento di prospettiva: Melantone non nomina più Cicerone
ed Agricola fra le proprie auctoritates, si pone l'obiettivo
di seguire fedelmente l'insegnamento aristotelico, e sottolinea
con decisione l'utilità della dialettica per la teologia[13]
- una preoccupazione che torna in una reportatio delle
sue lezioni di logica dell'epoca[14] . Come osserva Risse, si tratta
di una logica «nelle sue assunzioni di base nuovamente scolastica,
e non più umanistica»[15] - anche se va tenuto presente che gli influssi
umanistici, pur se ridimensionati, restano ancora chiaramente avvertibili.
L'influsso della auctoritas di Melantone in campo logico
è in parte rappresentato proprio da questo progressivo, cauto passaggio
da una logica di impostazione prevalentemente umanista a una logica
almeno parzialmente reindirizzata sui binari di un aristotelismo
più tradizionale. Dal punto di vista strettamente dottrinale,
peraltro, la logica di Melantone non si impone come modello rigido:
già in Sarcerius, la cui Dialectica (1536) dipende direttamente
da quella di Melantone, la trattazione di un problema centrale quale
quello del rapporto copula-predicato si allontana da quella degli
Erotemata[16]
.
Vi sono almeno due fattori - uno interno e uno esterno - che debbono
essere tenuti presenti nel cercare di spiegare la relativa scarsità
di discepoli fedeli della logica melantoniana[17]
. In primo luogo, è proprio l'impostazione pedagogica della
logica di Melantone che impedisce che essa possa trasformarsi in
un modello esaustivo dal punto di vista dottrinale: inevitabilmente,
un'opera nata con intenti pedagogici finisce per lasciare spesso
insoddisfatte le richieste di approfondimenti, e si presta d'altro
canto a integrazioni ed esegesi a partire da punti di vista anche
assai lontani l'uno dall'altro - basti pensare al fatto che agli
insegnamenti di Melantone rimanderanno sia i cosiddetti filippo-ramisti,
che tenteranno di conciliarli con le posizioni di Ramo[18] , sia molti 'aristotelici'.
In secondo luogo (e si tratta del fattore esterno) va tenuta presente
l'importanza del confronto con la dialettica ramista, che accompagna
lo sviluppo della logica protestante fino ai primi decenni del XVII
secolo, intrecciandosi con gli influssi degli aristotelici italiani
e spagnoli. L'avversione dei logici protestanti verso l'impostazione
ramista si fa progressivamente sempre più decisa nel periodo che
va all'incirca dal 1570 al 1640. Si tratta di un dato di fatto di
estremo rilievo: se infatti la posizione protestante in quest'ambito
si risolvesse tout court in una critica radicale della tradizione
logica scolastica, Ramo potrebbe sembrare un naturale alleato. Per
quali motivi si trasforma invece, e progressivamente, in
uno degli avversari più ferocemente criticati? Certo, incidono anche
i fattori religiosi: va ricordato infatti che Ramo era visto come
un martire della causa calvinista, ucciso a Parigi nella notte di
S. Bartolomeo, e non è un caso che ai tentativi di conciliare dal
punto di vista teorico Ramo e Melantone corrispondesse in campo
teologico-politico una certa vicinanza fra le posizioni calviniste
e quelle dei 'filippisti'[19]
, che nel nome di Melantone tendevano a contrapporsi ai luterani
'ortodossi' o gnesioluterani. Spesso, i filippisti erano veri
e propri 'criptocalvinisti', ed erano considerati dagli ortodossi
alla stregua di pericolosi avversari[20] .
L'elemento fondamentale risiede tuttavia, a mio avviso, nel fatto
che i logici luterani si rendono ben presto conto di aver bisogno
di molti fra gli strumenti teorici scolastici - e proprio di quelli
più impietosamente attaccati da Ramo. Fra i motivi della nuova svolta,
un ruolo centrale è giocato dai contrasti interconfessionali. Può
essere ricordata l'efficace (anche se indubbiamente un po' semplicistica)
sintesi che di questo processo propone Edwald Horn, secondo il quale
dopo l'iniziale fase umanistica i conflitti sull'interpretazione
dei dogmi fra luterani e calvinisti e fra cattolici e protestanti
«indeboliscono l'amore per la letteratura dell'antica Grecia e di
Roma». Con l'attenzione centrata sulle tematiche connesse alle dispute
interconfessionali, dato che i teologi erano per lo più preposti
alle attività di insegnamento universitario, era naturale che la
dogmatica divenisse il settore principale dell'insegnamento. Contemporaneamente,
l'insegnamento del latino scritto e parlato «diveniva solo un mezzo
per raggiungere un fine», quello del successo nelle dispute, che
richiedeva il recupero della logica e della retorica scolastiche[21] .
Nel dibattito teologico, il campo cattolico, guidato dai Gesuiti,
riesce così a imporre la scelta delle proprie armi, costituite in
primo luogo dall'apparato teorico elaborato dalla cosiddetta 'seconda
scolastica' spagnola[22] . I teologi protestanti, paladini
di una religione che avrebbe voluto evitare le eccessive sottigliezze
interpretative, non dispongono di armi altrettanto affilate, e devono
rivolgersi, per pararne i colpi (e per colpire a loro volta), a
quelle dell'avversario. Già i protagonisti di questa evoluzione
mostrano di avere perfetta coscienza di una delle sue cause principali[23]
: la filosofia aristotelico-scolastica è reintrodotta dai teologi
protestanti perché essi ritengono «absque ea non posse cum Jesuitis
recte disputari»[24]
. Le stesse armi, peraltro, si prestavano perfettamente a essere
usate non solo nelle controversie col campo cattolico, ma anche
in quelle fra le varie confessioni protestanti, e in quelle interne
allo stesso mondo luterano.
Nelle università tedesche dei primi anni del XVII secolo entrano
così con prepotenza gli autori iberici - De Soto, Fonseca, i Conimbricensi,
Suárez, Toledo, Mendoza, Vasquez, Pereira, Bannes - che propongono
da un lato modelli di commentari aristotelici che la Germania protestante
pareva aver messo da parte durante la prima fase della riforma,
dall'altro e contemporaneamente modelli testuali nuovi, in primo
luogo quello costituito dalle Disputationes metaphysicae di
Suárez, pubblicate nel 1600[25]
a Mainz (la prima edizione era apparsa nel 1597 a Salamanca).
La reintroduzione della metafisica nelle università tedesche avviene
fra la fine del XVI e i primi decenni del XVII secolo, con estrema
rapidità. Si tratta di uno sviluppo percepibile anche a livello
istituzionale: se da un lato si moltiplicano le cattedre di metafisica
- che nelle università di nuova fondazione, ad esempio Altdorf,
sono subito introdotte come parte integrale del curriculum[26] - dall'altro si riduce fortemente l'enfasi
sullo studio delle lingue classiche, e in particolare del greco;
la lettura di Aristotele nel testo greco tende così a scomparire,
sostituita da quella dei compendi[27] .
E' interessante notare, dunque, che almeno nel caso della 'scolastica
protestante' tedesca non si può parlare in senso stretto di una
pura continuità con la tradizione scolastica precedente. Si tratta
piuttosto di un consapevole e volontario recupero, che segue alla
soluzione di continuità rappresentata dalla ventata umanistica immediatamente
seguente la riforma, una ventata che era arrivata a incidere sicuramente
sui contenuti, e in parte anche sulle pratiche dell'insegnamento.
Le università e i docenti protestanti hanno scelto di ritornare
alla scolastica.
Anche come risultato di questo processo, la subordinazione degli
studi filosofici alla teologia appare, in questa fase, in certo
senso più forte che negli anni immediatamente seguenti la riforma.[28] Questo fattore può favorire la tentazione di
considerare in qualche misura un 'regresso' lo sviluppo che ha luogo
fra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo; Paulsen, ad esempio,
vede in questo periodo la lotta fra una tendenza (sostanzialmente
negativa) alla subordinazione della ragione alla fede, di matrice
specificamente cattolica ma assorbita anche in campo protestante
al momento della costituzione di una 'ortodossia', e una opposta
(e positiva) tendenza «moderno-nazionale e realistica»[29] . Non si intende entrare qui in giudizi di
questo tipo, sempre fortemente condizionati dai parametri di riferimento
culturale dell'interprete; va tuttavia sottolineato il rischio che
la percezione di un uso indubbiamente 'strumentale' - in funzione
della ricerca teologica - delle teorie logiche e filosofiche, finisca
per nascondere l'interesse dei risultati eventualmente conseguiti
in tali campi.
Dal nostro punto di vista, preme piuttosto sottolineare che all'inizio
del XVII secolo le università tedesche non si accontentano di recuperare,
con la mediazione iberica e cattolica, molta parte dell'armamentario
logico di tradizione scolastica, comprese sezioni forse poco sospettabili,
dalle discussioni sugli insolubilia a quelle sui diversi
tipi di oppositio, dalle teorie modali (il campo del quale
mi sono più direttamente occupato) alla discussione sulla teoria
delle relazioni: spesso approfondiscono e integrano questo materiale
con elementi decisamente originali ed innovativi. In genere tale
sviluppo è direttamente o indirettamente effetto dell'incontro fra
una 'forma' rappresentata dai tradizionali strumenti logici di derivazione
scolastica, e una 'materia' almeno in parte nuova, rappresentata
dalle dispute interconfessionali sui dogmi. Ho cercato altrove[30]
di documentare questo fatto con riferimento allo sviluppo che
la discussione fra luterani e calvinisti sull'interpretazione della
copula nella formula eucaristica hoc est corpus meum determina
nel campo delle teorie sulla struttura della proposizione e in quello
delle teorie modali. Si tratta di un caso che mi sembra particolarmente
interessante, ma che non è isolato - e basta considerare la frequenza
impressionante con la quale le proposizioni relative alle controversie
sui dogmi sostituiscono, nei manuali logici, gli esempi assai più
neutri di tradizione tardo-medievale al momento di fornire esemplificazioni
o possibili controesempi delle regole logiche via via discusse.
E' proprio il collegamento strettissimo di logica e filosofia con
la discussione teologica e le controversie interconfessionali -
a loro volta strettamente connesse con la frammentazione politica
(che si riflette anche nella lotta fra le singole università) -
a provocare, nella Germania del periodo 1550-1650, un enorme aumento
di quella che potremmo definire come 'microentropia teorica' (estrema
varietà delle soluzioni proposte relativamente a singoli temi e
problemi in campo logico), nel contesto di una uniformità di massima
per quanto riguarda le pratiche scolastiche e la tipologia dei testi
prodotti (manuali, raccolte di dispute, ecc.) e di una relativa
(ma non assoluta) uniformità - perfino tra autori cattolici e protestanti
- nelle tematiche affrontate.
Naturalmente, gli autori dei quali mi sono più direttamente occupato
sono solo una piccola parte di quelli attivi nel periodo considerato,
e la Germania costituisce un esempio estremamente significativo
che tuttavia - proprio per la particolare situazione di frammentazione
politica e teologica del mondo universitario tedesco - non può essere
acriticamente proiettato su altre realtà europee. Tuttavia, e con
questa limitazione, mi pare che una osservazione conclusiva sia
d'obbligo anche per quanto riguarda l'aspetto valutativo: conserva
ancora un qualche interesse, al di là di quello meramente antiquario,
la logica 'scolastica' tedesca del periodo 1550-1650? O su questo
punto va condiviso il citato, drastico giudizio della Ashworth (che
per la verità non aveva probabilmente in mente la produzione logica
di ambito tedesco)?
Con tutte le cautele del caso, e ferma restando una notevole perplessità
per la tendenza spesso eccessiva degli storici della logica a troppo
valutare, e soprattutto a troppo spesso valutare utilizzando criteri
del tutto esterni al periodo considerato, nel caso dei testi che
ho studiato mi sentirei di dare un giudizio assai più positivo:
almeno nel caso di alcuni autori e di alcune opere, gli elementi
originali non mancano, e proprio la varietà quasi 'sperimentale'
delle soluzioni proposte presenta motivi di interesse non solo strettamente
tecnico. Pochi anni più tardi, sarà una varietà assai simile a caratterizzare
il lavoro logico di Leibniz: un lavoro la cui natura spesso frammentaria
rappresenta anche il tentativo da parte di una grande mente logica
di 'provare' e vagliare le diverse e spesso divergenti possibilità
teoriche intraviste nelle opere dei suoi immediati predecessori.
Gino Roncaglia [dicembre 1996]
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